La relazione tra studenti nel gruppo-classe

16 Maggio 2002

di Alvin Palmi

Pensando alla scuola non solo come luogo di trasmissione di conoscenze e competenze ma anche come ambiente in cui i giovani trascorrono gran parte del loro tempo e che quindi contribuisce in larga misura alla loro formazione personale, è chiaro che anche i rapporti tra studenti e la vita sociale all’interno del gruppo-classe sono un elemento importante da analizzare.

Ogni studente all’interno della classe si trova a confrontarsi alla pari con i compagni e costruisce autonomamente le proprie relazioni umane, vivendo esperienze che gli saranno utili per tutta la vita. E’ nella vita di classe, inoltre, che si imparano valori quali la solidarietà e l’aiuto reciproco, assai poco diffusi nel resto della società.Le recenti riforme e proposte di riforma del mondo della scuola (sia sotto Berlinguer sia sotto la Moratti) hanno avuto come minimo comune denominatore la tendenza alla disgregazione della classe, in favore di un sistema ispirato al modello anglosassone.Gli esempi di tale tendenza sono facilmente riscontrabili nelle varie leggi e proposte di legge.

Innanzitutto l’Autonomia Scolastica propone esplicitamente “l’attivazione di percorsi didattici individualizzati” e “l’articolazione modulare di gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi o da diversi anni di corso”, aprendo così la strada alla modularità spinta all’estremo, che provoca frazionamento della classe e insegnamenti “in pillole”.Il Rapporto Bertagna, fortunatamente bocciato in molte delle sue proposte, prevedeva la creazione di diversi gruppi di livello all’interno della stessa classe, anche seguiti da insegnanti diversi. Nella prima versione addirittura i gruppi di livello erano presenti fin dalla scuola elementare: si stabiliva una divisione tra “studenti bravi” e “studenti meno bravi” su bambini di 8-10 anni.La nuova proposta di legge sugli organi collegiali del ministro Moratti, infine, prevede l’eliminazione del consiglio di classe, ossia dell’unico organo in cui rappresentanti dei genitori e degli studenti di una classe possono confrontarsi con gli insegnanti per affrontare al meglio qualsiasi problema creatosi nella classe stessa.In tutti questi testi, dunque, viene proposta, direttamente o indirettamente, l’idea del “superamento della vecchia e statica concezione di classe” in nome di una sistema più flessibile, con classi, interclassi e gruppi di livello e rotazione continua di studenti e insegnanti. In realtà un sistema simile metterebbe in discussione quel fondamentale bagaglio di esperienze umane che uno studente può acquisire solo nella vita di classe, senza d’altro canto fornire reali vantaggi da un punto di vista strettamente didattico. Il fatto che venga meno il rapporto di conoscenza personale tra insegnante e studente, anzi, andrebbe anche a discapito della didattica.L’impianto complessivo della Riforma Moratti (sempre a partire dal Rapporto Bertagna) sembra introdurre inoltre il principio della concorrenza tra gli studenti: basti pensare, oltre che ai gruppi di livello, agli esami “in entrata” o al doppio canale anticipato tra istruzione liceale e formazione professionale. Si introduce insomma l’idea che nel suo percorso scolastico lo studente si veda impegnato in una continua “gara” per accedere ai massimi livelli dell’istruzione, anche a spese di altri studenti meno capaci o meno fortunati.La prima ovvia critica a questa impostazione è che la concorrenza tra studenti non può non essere influenzata anche dalle condizioni economiche e culturali di partenza, e che quindi la selezione “per merito” si trasformerebbe spesso in selezione “per censo” e in riproposizione all’interno della scuola delle disuguaglianze sociali. Oltre a ciò, è chiaro che l’idea di concorrenza porta con sé un’irrefrenabile spinta all’egoismo e all’opportunismo, in una dinamica assolutamente deleteria per la crescita personale degli studenti.Alla scuola degli studenti in concorrenza tra loro è necessario contrapporre un’idea di scuola basata realmente sulla cooperazione, sul lavoro di gruppo, sull’aiuto reciproco, molto più di quanto accade nelle scuole attuali.

RELAZIONE STUDENTE-DOCENTE

Altro argomento centrale da considerare è il rapporto studente-docente all’interno della classe. E’ evidente infatti come solo in presenza di un rapporto di collaborazione e rispetto reciproco tra studenti e insegnanti si può svolgere al meglio l’attività didattica. Nella scuola attuale, però, sono molto diffusi i casi di relazioni estremamente conflittuali tra un insegnante e alcuni suoi studenti, ed è quasi una regola il fatto che gli studenti si mostrino spesso disinteressati alle lezioni e studino più che altro perché costretti a farlo.Ogni rapporto studente-insegnante e ogni dinamica di gruppo all’interno della classe fanno ovviamente storia a sé, ma vi sono comunque una serie di elementi ricorrenti su cui ragionare.Il rapporto tra insegnante e studente è innanzitutto un rapporto di potere, e pertanto in nessun caso può trattarsi davvero di un rapporto alla pari. Vi è innanzitutto un potere esplicito che l’insegnante esercita sui suoi studenti, avendo il compito di valutarli e avendo la possibilità di infliggergli provvedimenti disciplinari. Non si può trascurare inoltre il potere implicito e soggettivo che deriva dalla netta disparità di conoscenze, competenze e capacità retoriche tra docenti e studenti.

A partire da questa situazione, sono due le dinamiche estreme (entrambe fortemente negative) che si producono sovente nelle classi.

La prima è rappresentata dall’insegnante autoritario, che si avvale di ogni suo potere per mantenere la disciplina nella classe ed imporre agli studenti i ritmi di studio da lui prefissati. La reazione tipica della classe di fronte a questo tipo di insegnanti è la divisione tra alcuni studenti che sottostanno alle regole disciplinari impostegli, arrivando a comportamenti servili indegni della scuola attuale, ed altri che tendono istintivamente a ribellarvisi, anche in forme irrazionali e spesso poco costruttive. Tale situazione porta logicamente a contrasti anche molto duri tra il professore e alcuni studenti, crea una perenne e dannosa tensione nella classe, e rischia quindi di compromettere lo svolgimento dell’attività didattica. Inoltre l’insegnante autoritario basa la sua gestione della classe sull’imposizione, principio che, anche se accettato e rispettato dagli studenti, non va certo nella direzione di formare coscienze critiche e personalità autonome nei giovani.

La seconda, opposta ma figlia dello stesso sistema, è rappresentata dall’insegnante “buono”, che concede molta libertà ai suoi studenti e rifiuta di ricorrere a provvedimenti punitivi drastici per mantenere la disciplina. Di fronte a questo modo di porsi dell’insegnante, visto come un modo di porsi “debole”, gli studenti tendono spesso a rispondere con un minore impegno nella loro materia e con quei comportamenti indisciplinati, e spesso irrispettosi, che non gli sono tollerati dai docenti più duri. E’ chiaro che anche una situazione di questo genere non produce effetti positivi né a livello strettamente didattico né a livello di rapporto umano insegnante–studente.

Ovviamente esistono infinite vie di mezzo e sfumature rispetto alle due dinamiche estreme accennate sopra, ma gran parte delle relazioni insegnante-studente nelle classi sono a grandi linee assimilabili ad una di esse. Tutto si basa, appunto, sulla condizione di partenza che vede il professore in possesso di un notevole potere rispetto allo studente: quando questo potere viene esercitato in pieno si creano paura e sottomissione o ribellione, quando l’insegnante abdica a parte di questo potere si generano scarsità d’impegno, mancanza di rispetto e sottovalutazione della materia.

Quale può essere dunque la via di fuga da queste due situazioni “patologiche”? Ovviamente stiamo parlando di una materia, le relazioni umane, assolutamente soggettiva e impossibile da regolare o predeterminare, e quindi il compito di creare un clima sereno, costruttivo e collaborativo spetta principalmente agli insegnanti e agli studenti di ogni singola classe.

Un approccio ragionevole da parte dell’insegnante può essere comunque la rinuncia a esercitare la propria autorità e il proprio potere con metodi punitivi, puntando sulle proprie doti personali per conquistare il rispetto e la stima dei ragazzi. In questo modo un insegnante che abbia buone capacità di relazionarsi umanamente con gli studenti, discrete competenze nel campo della pedagogia e della “gestione dei gruppi” e ovviamente un’ottima conoscenza nella sua materia può invogliare gli alunni a studiare con impegno anche senza ricorrere alla pura coercizione. Va detto che non tutti gli insegnanti, anche dando per scontato che proferiscano il massimo impegno nel lavoro in classe, possiedono le capacità di cui sopra, e che molti studenti si pongono in modo pregiudizialmente diffidente rispetto ai professori, contribuendo a loro volta a creare un clima di diffidenza o di sfida piuttosto che di collaborazione.

Nella scuola attuale, dunque, è logico che i casi di relazioni virtuose tra insegnanti e studenti siano relativamente rari e che si creino storture dolorose e apparentemente incomprensibili come il fatto che tra gli studenti il buon rendimento scolastico, l’impegno nello studio e le buone relazioni con i professori vengano considerati quasi dei disvalori.

Perché sia favorito lo sviluppo di rapporti di stima, rispetto e collaborazione tra le due grandi componenti del mondo scolastico, si rende quindi necessario un cambiamento, culturale e di approccio, oltre che normativo, nell’impianto generale della scuola.

Innanzitutto è necessaria una reale democratizzazione nella gestione della scuola, che renda gli studenti realmente in grado di incidere sulle decisioni più importanti, sia attraverso gli organi collegiali e le varie forme di rappresentanza, sia attraverso la sperimentazione di nuove forme di democrazia diretta e partecipativa nelle scuole. Si tratta di una scommessa a lungo termine, perché in questo momento sembra evidente che la netta maggioranza degli studenti non è interessata a prendere parte alle decisioni, ma è una scommessa fondamentale perché solo coinvolgendo e responsabilizzando realmente gli studenti è lecito attendersi da parte loro una maggiore predisposizione all’impegno e alla collaborazione.

In secondo luogo, è necessario un cambiamento dal punto di vista didattico che vada nella direzione di assegnare più tempo alla didattica e alla discussione e meno alla valutazione. Non si tratta semplicemente di un alleggerimento dei ritmi di studio, ma di un’idea diversa dell’attività didattica, dove studenti e docenti non siano perennemente alle prese con interrogazioni, compiti in classe e verifiche di fine quadrimestre e abbiano la possibilità di dedicare più tempo all’approfondimento e alla riflessione sui temi giudicati più importanti o più interessanti.

Solo partendo da queste premesse e sperimentando con coraggio le possibili innovazioni, si potrebbero creare le condizioni perché tra insegnanti e studenti si instaurino rapporti più costruttivi e perché, obiettivo banale ma quasi mai raggiunto dalla scuola, gli studenti possano realmente sentire lo studio come un piacere e non un dovere.


Quaderno CESP n. 1. La scuola: prove di resistenza
Atti del seminario di auto-aggiornamento tenuto il 16 maggio 2002 presso l’ITIS Belluzzi di Bologna.
A cura di Gruppo Scuola del Bologna Social Forum e CESP – Centro Studi per la Scuola Pubblica, Bologna

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