QUANDO SUONA LA CAMPANELLA - racconti di scuola
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Raccontare
la scuola di p.n. [Patrizia Nosengo] (http://www.cittafutura.al.it/) |
Suona
la campanella |
"Fernandel" di Roberto Laghi, "Fernandel", N.57 LUGLIO-SETTEMBRE 2006 |
Raccontare la scuola
di p.n. (http://www.cittafutura.al.it/)
“Parlavo di Giordano Bruno e mi sono reso conto che Alcale era distratto.
Io stavo facendo gli occhi lucidi al’idea che Bruno si era fatto bruciare
vivo per amore della verità. Alcale invece li stava facendo opachi.
‘Alcale!’
‘Eh?’
‘Che stavo dicendo?’
Silenzio.
Ho detto sfiduciato:
‘Va bene, basta, vi vedo stanchi. Per martedì preparate Giordano
Bruno. Vita e opere, da pagina 173 a pagina 179’
Murialdi ha protestato:
‘E’ troppo, non ce la facciamo per martedì. Questo Giordano
Bruno ha la vita troppo lunga’.”[1]
E’ uno dei tantissimi aneddoti di scuola raccontati da Domenico Starnone nella riedizione, da poco pubblicata da Feltrinelli, di quel famosissimo Ex cattedra uscito dapprima come una serie di racconti su le pagine de Il Manifesto, nel 1985-86 e poi divenuto libro per i tipi della casa editrice milanese.
Lo stato miserrimo e preoccupante della scuola italiana è testimoniato dal fatto che i vent’anni esatti trascorsi dalla prima comparsa di queste cronache di quotidianità scolastica non abbiano minimamente appannato, o reso obsolete le descrizioni e le riflessioni che le caratterizzavano. Starnone è scrittore tenero e durissimo, severo e mite, che ha tratto dalle sue origini partenopee una grande umanità e una robusta vena ironica venata di malinconia. E sono queste le qualità che emergono dalle pagine di “Ex cattedra” e degli altri racconti lunghi inseriti in questa nuova edizione, scritti tra il 1986 e il 1997 per varie riviste e quotidiani: “Il collega Starnone”, “La collega Passamaglia”, “Riconversione professionale”.
Vi si trovano pagine indimenticabili, in cui la scuola diviene metafora dell’esistere umano, come quelle sulla fotografia di classe, nelle quali il docente di anno in anno invecchia, tra volti che paiono sempre gli stessi, quelli dei propri compagni di liceo rimasti eternamente adolescenti. O pagine ironiche e lucidissime sui riti e i miti della scuola “moderna” ed “aggiornata”: la ripugnanza degli insegnanti CGIL, guidati dal “glorioso delegato sindacale” (antesignano delle RSU), per le rivendicazioni salariali; la risibilità dei corsi di aggiornamento su “Petrarca al computer”; le odissee della “commissione viaggi di istruzione”; le “mortali comunicazioni del Preside”e la sua nuova, farsesca figura di Dirigente Scolastico-manager; la sadica sbrigatività degli scrutini; la pochezza dell’auto-gestione studentesca; le tante piccole vigliaccherie di chi insegna, l’invidia per chi ha raggiunto l’ambito traguardo di quella felice sospensione del rapporto con gli studenti, che è costituita dal distacco presso uno degli infiniti enti che si moltiplicano intorno all’insegnamento.
Ne emerge una raffigurazione cupa della scuola, in cui “la norma […] è la noia, la fatica e il naturale manifestarsi lungo tutto l’arco dell’anno scolastico di una sorda inimicizia tra scuola, docente e studente.”[2], ma una raffigurazione temperata da un’auto-ironia e una benevolenza verso le proprie e le altrui manchevolezze che rendono lo sguardo lucido e impietoso di Starnone meno disperante e pessimistico e che aprono spazi di speranza proprio nel loro farsi antidoto perfetto contro le molte, pressoché inguaribili malattie che affliggono la scuola odierna, attraversata da sussulti di economicismo e liberismo d’assalto, da figure professionali che si riducono a veri e propri figuri un po’ inquietanti e da slogan enfatici e sostanzialmente vuoti, che paiono aver infettato anche l’intera sinistra pedagogica.
Tutti questi temi ritornano in una raccolta di trentaquattro racconti che il Manifestolibri ha pubblicato nel marzo di quest’anno e che, a differenza del testo di Starnone, abbracciano tutti gli ordini di scuola. Si tratta di un libro plurimo e per molti versi diseguale, nel quale si intrecciano voci di studenti, docenti liceali, insegnanti di scuola media e maestri elementari, accomunati da una visione a sinistra, anti-morattiana della scuola. Alcuni racconti appaiono un poco irrisolti, altri troppo orientati verso una riflessione che li rende narratologicamente meno riusciti, altri ancora un poco ridondanti, ma tutti restituiscono con lucidità e intelligenza l’immagine compiuta del vissuto quotidiano di insegnanti e studenti.
E’ interessante, in proposito, osservare che i diversi ordini di scuola danno luogo a differenti prospettive di vissuto e di riflessione.
I racconti ambientati nella secondaria superiore sono attraversati da tematiche e sensibilità analoghe a quelle del testo di Starnone: vi emergono il “che ci faccio qui?” di Chatwin replicato all’infinito, la sensazione di inadeguatezza e di assenza di significato del proprio agire di fronte agli sguardi assenti e alieni dei ragazzi, il dolore vero e profondo per la propria impotenza e per una sconfitta individuale che è al tempo stesso scacco esistenziale e politico, il furore e il fastidio viscerale per l’insensatezza della “scuola delle tre i” berlusconiana, ma anche delle novità introdotte in epoca berlingueriana. Stupende e divertentissime, in questo senso, appaiono le pagine argute, apparentemente paradossali e invece purtroppo assolutamente autentiche e realistiche, di Fulvio Bozzetta su uno dei riti più consolidati della “nuova scuola”, la famigerata “evacuazione” e altrettanto deliziosa e fondata è l’ironia nei confronti dello “Staff di dirigenza”, della lotta per il “fondo di incentivazione” che ti fa rimpiangere l’antica collega pettegola e cretina, del “Progetto qualità Iso diecimila e rotti”, della “progettalità del POF”, che traspare da molti altri racconti.
Il lettore scopre che personaggi della Bologna del ’68 e del ’77 sono divenuti insegnanti di liceo e ritrova nelle loro pagine la coerenza di un’attività politica ormai ridotta a lotta individuale contro gli slogan e le ritualità burocratiche (toccanti le pagine che il cantautore Claudio Lolli dedica all’inserimento in una prima Liceo di una ragazza disabile), o la stanchezza di un lavoro che ci sorprende vecchi, stanchi e alieni di fronte ai ragazzi (come accade nel racconto di ottimo valore letterario di Franco Berardi, il Bifo del ’77, in cui i versi di Guido Cavalcanti si alternano allo sguardo posato su un uditorio assente e straniero, che parla linguaggi inattingibili all’adulto).
I racconti ambientati nella media inferiore narrano la fatica e la dannazione dell’insegnare in una scuola che è il luogo in cui si intrecciano tutte le ferite della società e dell’individuo, tutti i disagi del vivere, tutte le diversità.
I racconti della scuola elementare, infine, paiono i più politicizzati e concreti, talora attraversati da una retorica e da un’ingenuità eccessive e un poco irritanti nella loro enfasi e ridondanza, ma capaci di manifestare più direttamente il dissenso profondo che ha attraversato tutta la scuola nei confronti di quella “controriforma” Moratti, come non casualmente è stata definita, che ha lacerato la scuola e stravolto gli ultimi brandelli dell’impegno pedagogico e politico del secondo dopoguerra in Italia.
Nel complesso, dunque, un libro che, nel raccontare la scuola, narra la fatica, le contraddizioni, la sofferenza, ma anche il coinvolgimento e la fascinazione di chi non ama il potere, ma è costretto a gestirlo nel lavoro quotidiano in classe e a subirlo nel rapporto con la burocrazia imperante e ottusa di chi governa la scuola a destra, o a sinistra che sia.
Non casualmente il testo termina con un racconto - forse non del tutto risolto dal punto di vista letterario, ma commovente e di grande emblematicità nel contenuto – in cui un maestro elementare, Sergio Viti, rievoca attraverso il limografo il senso e il profondo valore politico di una pedagogia democratica che sembra essersi oggi smarrita nelle secche delle varie innovazioni cognitivistiche, industrialistiche, efficientistiche, informatiche e anglicizzate della scuola contemporanea.
Domenico Starnone, Ex cattedra e altre storie di scuola, Milano,
Feltrinelli, 2006, pagg. 309, €14.50
Aa.Vv., Quando suona la campanella, racconti di scuola, Roma, Manifestolibri
editore, 2006, pagg. 157, €14.00
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[1] Domenico Starnone, Ex cattedra e altre storie di scuola,
cit., pag. 157
[2] ivi, pag. 44
Tuttolibri, "la Stampa", 3 giugno 2006
Comunque la si pensi, congelata la riforma Moratti per le medie superiori, si deve ricominciare a discutere. Se possibile senza recriminazioni (né illusioni): più che una tabula rasa conviene una lavagna sulla quale confrontare in concreto idee e programmi. Partendo dalle esperienze chi dovrà tradurre le scelte in pratica quotidiana. Storie come quelle raccolte in Quando suona la campanella (manifesto libri, pp. 160, €14), racconti di scuola, dai banchi delle elementari alla maturità, invenzioni narrative o testimonianze, fantasie o cronache, cronache, testimonianze (tra le firme note Cacucci, Evangelisti, Lolli, Tassinari o la Pitzorno, la Frabotta, la Nava). In tutte «la fatica quotidiana» di insegnare e apprendere - la lezione, i compiti, l’handicappato, l’immigrato, la gita, il primo amore - di volta in volta messa in scena con ironia o melanconia, fiducia o disperazione, rabbia o rassegnazione. Tacciono (quasi sempre) ideologia, politica, pedagogia; parla il vissuto. Si spera che qualche prossimo addetto ai lavori stia in ascolto.
Roberto Laghi, su "Fernandel", N.57 LUGLIO-SETTEMBRE 2006
Racconti, frammenti, istantanee: forse il modo migliore per parlare di scuola,
oggi. Tagliando la narrazione con ricordi personali, fantasie o anche con brevi
spunti critici. E farlo attraverso una pluralità di voci e di sguardi,
per rendere una rappresentazione a tutto tondo, per cogliere e portare davanti
agli occhi la diversità delle esperienze, la difficoltà del vivere
quotidianamente la scuola, nell’insegna¬mento e nell’apprendimento.
Queste le idee che stanno all’origine dell’antologia Quando suona
la campanella, edita da manifestolibri e realizzata in collaborazione con il
Cesp (Centro studi per la scuola pubblica). E un racconto corale di questi anni
di riforma, perché «narrare una storia è un antidoto all’insensatezza
e all’indifferenza, ma anche un modo di elaborare in positivo la fatica
dell’insegnare e del continuare ad apprendere». Tra gli autori molti
sono insegnanti, ma troviamo anche scrittori (tra cui Pino Cacucci, Valerio
Evangelisti, Stefano Tassinari...), genitori o persone che hanno a che fare
con la scuola a vario titolo. Le storie, pur se non tutte pienamente convincenti,
sono molto diverse tra loro e riguardano ambiti differenti di esperienza, e
diverse sensibilità: c’è il percorso di educazione reciproca
tra un ragazzo autistico e il suo insegnante, ci sono i ricordi dei maoisti
al liceo nel ‘68, e ancora compagni di scuola o studenti ritrovati dopo
anni, uguali a prima oppure persi in vite ai margini; innamoramenti adolescenziali
fatti di parole non dette, professori che tutti abbiamo avuto o incrociato nei
corridoi delle scuole che abbiamo frequentato, gli studenti difficili e le classi
multietniche, ma anche le osservazioni di una famiglia extraterrestre sulla
scuola italiana del 2006.
Sotto traccia, tra le righe, è la sincerità il tratto che emerge
con più forza da queste pagine: la sincerità dell’esperienza,
della passione e della dedizione di chi dentro la scuola spende tempo ed energie,
di chi la vive sulla propria pelle e di quanto questo sia difficile da declinare
nel quotidiano, tra burocrazie che immobilizzano e risorse che mancano. Quando
si parla di scuola, subito si pensa a qualcosa per addetti ai lavori, a tecnicismi
e a un linguaggio fatto di regole, programmi, cicli di studio; qui invece è
la dimensione del racconto che prende il sopravvento, aprendosi come sguardo
che indaga, interroga e indugia negli angoli, nelle storie singole, e ci restituisce
così la dimensione umana (e, per questo, carica di speranza) che della
scuola resta l’elemento più importante.
(Roberto Laghi)